IL POTERE DEI SILENZI: Perché "Mi chiamo Lucy Barton" vi rimarrà dentro.
Ci sono libri che non gridano, ma sussurrano. "Mi chiamo Lucy Barton" di Elizabeth Strout è esattamente così: un romanzo fatto di sottili vibrazioni, di parole non dette e di sguardi scambiati in una penombra ospedaliera.
Buon Pomeriggio a tutti!
Oggi sono qui a scrivere IL MIO DIARIO DI LETTURA di un libro letto nel mese di gennaio di questo nuovo anno e il libro in questione fa parte del Gruppo di Lettura fisico del mio paese e si tratta di MI CHIAMO LUCY BARTON di ELIZABETH STROUT, ambientato in una stanza d'ospedale a Manhattan con vista sul Chrysler Building. E' un romanzo sulla memoria e sull'incomunicabilità di circa centossessanta pagine, breve quindi ma densissimo!
Titolo: Mi Chiamo Lucy Barton
Autrice: Elizabeth Strout
Casa Editrice: Einaudi
Genere: Narrativa Contemporanea
Pagine: 163
Serie: Agmash ( Primo Libro)
A metà degli anni '80, la giovane Lucy Barton è ricoverata in un ospedale di New York per una banale operazione che si complica. Una sera, ai piedi del suo letto, compare inaspettatamente sua madre, che non vede da anni.
Non succede nulla di eclatante, ma durante i cinque giorni di veglia, le due donne parlano di vicini, di conoscenti del passato, di "pettegolezzi" che servono a coprire un passato doloroso e poverissimo nell' Illinois rurale.
Questo romanzo è una profonda analisi psicologica che mette a nudo le fratture sociali e personali tipiche della nostra epoca. Vi è verosimiglianza, in quanto gli eventi e i luoghi sono estremamente realistici, anche quando inventati, perché operano come specchi fedeli della realtà sociale e geografica degli Stati Uniti di fine secolo.
E' un opera guidata dall'esplorazione della complessità dell'animo umano e i sottili cambiamenti interni che definiscono il personaggio di Lucy; vi è quindi una sorta di introspezione ed evoluzione psicologica, dove l'azione esterna è ridotta al minimo essenziale.
Lucy Barton è una protagonista profondamente umana, caratterizzata da una fragilità e da un'ordinarietà quasi simbolica da parte di me lettrice. E' una persona comune con difetti, insicurezze, conflitti morali e ambiguità emotiva oltre che una vulnerabilità fisica e psicologica che sicuramente non brilla per eccezionalità, ma per la sua verità emotiva, trasformando le sue ferite personali in uno specchio delle fragilità umane universali.
Il romanzo evita la distinzione netta tra "buono" o "cattivo", esplorando la complessità dell'animo umano attraverso sfumature di grigio. In questa storia nessuno è interamente innocente o interamente colpevole. Esso poi non affronta direttamente temi sociali come il cambiamento climatico o l'identità di genere, ma si concentra su problematiche sociali e relazionali senza tempo, come la disuguaglianza, la salute mentale e le dinamiche relazionali.
I dialoghi imitano il parlato reale in modo magistrale, ma non attraverso l'uso di gerghi contemporanei; essi catturano perfettamente la vulnerabilità e l'incapacità comunicative degli esseri umani. La Strout riproduce la cadenza e le reticenze della comunicazione quotidiana.
Nonostante il contenuto sia profondamente realistico, la struttura è complessa e frammentata, riflettendo perfettamente la natura caotica e selettiva del ricordo e del trauma.
L'autrice utilizza una scrittura asciutta, limpida e quasi ipnotica e riesce a dire cose enormi con parole semplicissime. Le frasi sono prevalentemente brevi spesso di pochissime pagine ogni sezione rendendo la lettura molto agile e mi ha permesso di immergermi rapidamente nei ricordi di Lucy senza sentirmi sopraffatta. Lucy, infatti, sembra parlare direttamente al mio orecchio, con una vulnerabilità quasi disarmante.
Un racconto delicato e potente di un amore familiare imperfetto, la madre non riesce a dire "ti voglio bene", ma la sua presenza dice tutto e vi è anche il tentativo di una donna di dare un senso alla propria vita attraverso la memoria e la scrittura.
Personalmente ho trovato una trama con una grande capacità di coinvolgere, nonostante l'assenza di un'azione frenetica. Quindi il coinvolgimento e l'interesse non deriva dal "cosa succede", ma da "come ci si sente" mentre accade. La forza di questo libro quindi non risiede in colpi di scena plateali, ma in una struttura sapientemente frammentata che riflette il funzionamento della memoria umana.
Mi chiamo Lucy Barton è scritto in prima persona ed è la stessa protagonista a raccontare la propria storia; essa agisce come un narratore consapevole, riflettendo sul proprio atto di scrivere e cercando di dare un senso alle ferite del passato attraverso il racconto. Si ha quindi una focalizzazione interna fissa, tutto viene visto esclusivamente attraverso gli occhi e la sensibilità di Lucy, la quale non riporta i fatti in modo oggettivo, ma li filtra attraverso il proprio vissuto di donna adulta e scrittrice.
Sono tanti i temi trattatati, come il rapporto madre-figlia, la ricerca di identità e il riscatto sociale ma anche il potere che ha la narrazione e la scrittura, vista come un processo di guarigione e comprensione di sé stessa da parte della protagonista. La solitudine e l'incomunicabilità sono i temi chiave della storia, dove emerge molto spesso che si parla di cose futili ( il pettegolezzo) per evitare di affrontare le verità emotive più dolorose, lasciando quindi intatti i muri che li separano. Ma ci sono anche temi come l'amore, il perdono e l'accettazione di sé e degli altri.
Complessivamente il romanzo è interessante, non particolarmente avvincente, non noioso per me e abbastanza stimolante sotto certi aspetti.
Cosa mi è piaciuto? Sicuramente la capacità evocativa, la prosa che dà quasi l'impressione di leggere un diario privato e l'impatto emotivo che mi ha lasciato spingendomi, in un certo senso, a riflettere su me stessa e sulle mie relazioni familiari.
Cosa non mi è piaciuto? Il non detto sulla "cosa" successa a Lucy in passato e che non è molto chiara che mi ha lasciato confusa e senza risposta che spero di trovare nei libri successivi della serie.
Sicuramente Elizabeth Strout è diventata una delle mie autrici preferite, è il quarto libro che leggo scritto da lei. La trovo elegante e precisa nella sua scrittura, con la sua prosa "scarna" riesce a raccontare le storie in modo profondo, dignitoso, capaci di illuminare le zone d'ombra della psiche con una luce ferma e quasi compassionevole. Quest'ultimo romanzo che ho letto mi è piaciuto ma non come i precedenti letti che mi aveva coinvolto molto di più. In ogni caso continuerò a leggere i suoi libri.
Leggere Mi Chiamo Lucy Barton è stata un'esperienza di lettura intima, frammentata sviluppata come una conversazione sussurrata tra la protagonista e me. Una riflessione profonda sulla solitudine e sulla necessità umana di essere compresi. Il trauma infantile può influenzare l'età adulta, descrivendo una povertà che non è solo economica, ma anche affettiva.
Una scrittura, quella della Strout, essenziale, quasi "spietata" e priva di sentimentalismi eppure profondamente empatica. E' un invito a guardare con gentilezza e onestà alle nostre fragilità, riconoscendo che siamo tutti, in un certo senso, il risultato di amori "imperfetti". Il libro insegna che, sebbene non si possa sfuggire alle ferite del passato e alla povertà affettiva delle origini, la scrittura e la narrazione offrono un percorso di riscatto e auto-comprensione. Un romanzo che a suo modo, arriva dritto al cuore delle fragilità umane e che ogni storia ha diritto di essere raccontata e ascoltata, seppur dolorosa e difficile.
⭐⭐⭐⭐
Sicuramente un libro che consiglio a chi ama i romanzi psicologici, le storie di famiglia e chi preferisce le storie poco eclatanti che però si insinuano in un angolo del cuore.
Ma secondo voi, si può perdonare del tutto un passato di mancanze? Fatemi sapere cosa ne pensate, se avete letto il romanzo oppure se vi ho incuriosite con il mio diario di lettura!
Vi mando un bacione e alla prossima!






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