Dallo Shock al Capolavoro: La mia recensione di Frankenstein di Mary Shelley - Il Mio Diario di Lettura 🕮📑
Se avete seguito il mio precedente articolo, sapete che ho voluto sperimentare un formato un po' speciale: un vero e proprio "Reading Vlog scritto", un diario a caldo compilato capitolo dopo capitolo mentre mi trovavo immersa tra i ghiacci del Polo Nord insieme a Victor Frankenstein e alla sua Creatura ( Qui trovate il Reading Diary ma attenti agli eventuali spoiler se non lo avete letto!). Leggere questo libro è stato un percorso vivo, intenso e a tratti claustrofobico. Ora che ho chiuso l'ultima pagina, ho voluto riprendere in mano tutti i miei appunti, rileggere i passaggi che ho evidenziato e lasciar decantare le forti emozioni del finale per mettere ordine nei miei pensieri.
Il risultato è questa recensione, che rappresenta il culmine di un viaggio letterario per me incredibile. Prima di iniziare questo romanzo, lo ammetto, sono stata fortemente influenzata dal "sentito dire". Mi aspettavo la classica storia horror dell'Ottocento, incentrata su un mostro verde, stupido, che cammina a braccia tese emettendo grugniti.
La realtà che ho trovato tra le pagine, invece, mi ha completamente spiazzata, provocando in me un vero e proprio "shock": mi sono ritrovata a leggere un profondo, doloroso e attualissimo dramma psicologico ed esistenziale. Frankenstein non è affatto un libro "vecchio" o superato, ma un capolavoro di una modernità disarmante che scuote la coscienza di chi legge, trasformandosi in un perfetto specchio rivelatore della natura umana.
Titolo: Frankenstein
Autrice: Mary Shelley
Casa Editrice: Liberamente
Genere: Classico
Pagine: 280
Autoconclusivo
Non potrà mai esserci comunanza fra me e te: siamo nemici. Vattene, o misuriamoci in una lotta da cui uno solo di noi uscirà vivo.
Uno scienziato con l'ambizione di sconfiggere la morte riesce ad assemblare una creatura con parti di cadavere e a dargli vita.
Sostituendosi alla Natura ha, però, sovvertito il Suo ordine e ha generato un essere abominevole che viene abbandonato dal suo stesso creatore e che, per questo, non tarderà a vendicarsi.
🏛️ Una struttura a scatole cinesi: lo stile e la narrazione
Uno dei primi elementi tecnici che mi ha affascinata è la struttura narrativa scelta da Mary Shelley. Il romanzo non segue una linea retta, ma è costruito come un gioco di matrioske attraverso una narrazione corale e stratificata. Non abbiamo un narratore onnisciente, ma tre voci diverse in prima persona che si passano il testimone: l'esploratore Robert Walton, lo scienziato Victor Frankenstein e, infine, la Creatura stessa.
Questa scelta, legata a una focalizzazione interna multipla, è un vero e proprio colpo di genio stilistico. L'autrice ci costringe a vedere il mondo solo attraverso gli occhi di chi parla in quel momento. Il linguaggio usato è alto, colto, formale e intriso del sublime gotico dell'epoca: una prosa ricca ed evocativa che usa le maestose descrizioni della natura selvaggia come un vero e proprio paesaggio psicologico per riflettere il caos interiore dei personaggi.
Ed è proprio grazie a questo continuo cambio di prospettiva che Mary Shelley riesce a creare una storia oggettivamente memorabile e stilisticamente impeccabile, lasciando però a me lettrice una libertà interpretativa immensa su chi sia il vero colpevole della storia…
👥 Il Creatore e La Creatura: l'ambiguità dei protagonisti
Il vero motore immobile del romanzo è lo scontro psicologico ed esistenziale tra Victor e il Mostro, un legame morboso e magnetico che finisce per assorbire totalmente la mia attenzione.
La Creatura è diventata in assoluto il mio personaggio preferito. Fin dalle prime pagine in cui prende la parola, ho provato per lui una dolorosa empatia che mi stringeva il cuore, al punto da farmi ripetere continuamente tra me e me: "Poverino... lui vuole solo essere accettato e amato". Mary Shelley compie un miracolo di introspezione nel descrivere la sua innocenza tradita, il modo poetico con cui scopre la bellezza del mondo (il calore del fuoco, il chiarore della luna) e lo strazio assoluto che prova davanti al rifiuto costante degli uomini. La sua evoluzione psicologica è devastante: capisci che la sua violenza non nasce da una malvagità innata, ma è il grido disperato di un figlio abbandonato che non riesce a comprendere perché la bramosia del mondo lo ritenga indegno di ricevere anche solo un briciolo di compassione.
Al polo opposto si muove Victor Frankenstein, un personaggio che mi ha provocato un fortissimo nervoso e una frustrazione costante. Shelley lo mostra nei minimi dettagli nel suo lento e inesorabile decadimento fisico e mentale, ridotto a un infelice relitto umano in cui la saetta dell'ossessione è entrata dritta nell'anima. Ma la verità è che non si può provare un'empatia pulita per lui: Victor è l'emblema della codardia e della totale mancanza di responsabilità. Crea una vita per pura smania di grandezza e un secondo dopo scappa terrorizzato, abbandonando un essere creato da lui solo perché deforme. Sebbene la sua totale disperazione finale arrivi a suscitare una forte pena, la sua tendenza a piangersi addosso e a nascondere la verità mentre le persone che ama muoiono una dopo l'altra fa letteralmente infuriare.
Se devo trovare un limite a questo straordinario quadro umano, è una riflessione a cui ho fatto caso solo a mente fredda, una volta conclusa la lettura: la quasi totale passività dei personaggi femminili. Figure come Elizabeth, Justine o la madre di Victor mancano di una vera evoluzione psicologica e appaiono bidimensionali, relegate a un ruolo di vittime angeliche e sottomesse che subiscono passivamente le decisioni degli uomini. Durante la lettura non ci ho fatto caso, rapita com'ero dal duello principale tra i due protagonisti, ma riflettendoci dopo ho notato come siano funzionali solo a far avanzare il dramma.
🔍 Analisi Critica: i punti di forza e di debolezza
Mettere sulla bilancia gli elementi di questo romanzo permette di capire perché, a distanza di oltre due secoli, continui a essere un pilastro della letteratura mondiale.
I punti di forza:
- La nascita della fantascienza moderna: Mary Shelley ha compiuto un vero e proprio miracolo editoriale. Unendo le atmosfere cupe del romanzo gotico alla scienza d'avanguardia del suo tempo ( il galvanismo e l'elettricità), ha allontanato la magia e il soprannaturale per mettere al centro l'azione dell'uomo.
- L'eloquenza filosofica della Creatura: la scelta stilistica di dare al "Mostro" un linguaggio così alto, colto e poetico eleva l'opera. I suoi dialoghi non appartengono a una banale storia horror, ma si trasformano in un profondo trattato filosofico sulla solitudine e sulla natura umana che colpisce dritto al cuore.
- Le inverosimiglianze della trama: nei miei appunti mi sono chiesta più volte: ma com'è possibile che la Creatura riesca a imparare un francese così perfetto in pochissimo tempo solo ascoltando i De Lacey da una fessura nel muro? E soprattutto, come fa a viaggiare per tutta Europa e a inseguire Victor ovunque senza mai essere intercettata, nonostante la sua stazza imponente? Certe coincidenze geografiche risultano un po' forzate.
- La ripetitività dei monologhi di Victor: lo stile risente a tratti del melodramma romantico dell'Ottocento. I continui crolli di Victor, che passa intere pagine a piangere, svenire e ammalarsi per mesi a causa del senso di colpa, alla lunga possono risultare un po' ripetitivi, anche se l'incredibile atmosfera gotica riesce comunque a non renderli mai pesanti.
L'esperienza con l'autrice è stata qualcosa che mi ha lasciata letteralmente a bocca aperta: si parla di un'opera di una densità filosofica, psicologica e culturale spaventosa, iniziata da una ragazza di appena diciotto anni. La maturità della Shelley è impressionante; la sua scrittura dimostra una padronanza assoluta delle grandi questioni esistenziali del genere umano e non ha nulla a che vedere con l'ingenuità adolescenziale.
- La responsabilità delle nostre azioni: Victor commette il grave errore di concentrarsi solo sull'eccitazione del suo progetto, ignorando le conseguenze. Ci insegna che siamo moralmente responsabili delle cose, dei percorsi o delle relazioni che decidiamo di avviare. Non possiamo abbandonare le nostre creature solo perché il risultato finale si rivela più faticoso o spaventoso del previsto.
- Il pericolo del pregiudizio estetico: questo libro è un monito potentissimo contro l'emarginazione, il bullismo e l'isolamento sociale. Ci mostra in modo disarmante come la gentilezza e l'accettazione possano salvare un individuo, mentre l'esclusione sistematica basata solo sulle apparenze e sull'aspetto fisico possa corrompere e trasformare in un "mostro" violento anche l'animo più nobile e benevolo.
- I limiti dell'ambizione: desiderare di migliorarsi o superare i propri limiti è legittimo, ma quando l'ambizione diventa una smania ciesa e ossessiva che spinge a distruggere la salute, l'etica e gli affetti familiari, si trasforma inevitabilmente in una trappola autodistruttiva.
- Il potere tossico della vendetta: le battute finali del libro dimostrano come il risentimento e il desiderio di "farla pagare" all'altro non portino mai alla liberazione o alla pace. Diventare schiavi della vendetta significa solo edificare la propria gabbia esistenziale, avvelenando la nostra stessa anima fino alla fine.
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